Spedizione Gratuita su tutti gli ordini

‘Ho sempre creduto nell’etica e nel lavoro di squadra: quando vinco, voglio che vincano anche i miei compagni e, per me, un assist è molto più gratificante di un canestro. Per questa ragione, ho deciso di aprire uno spazio nel centro di A Coruña, che possa dare visibilità a tutti gli artisti che, come me, hanno tanta voglia di far conoscere il proprio lavoro’. Queste sono le parole di Marco Oggian, il giovane artista che, dopo aver viaggiato in tutto il mondo, si è stabilito in Spagna, dove ha fondato ‘Flaco Studio’. Continuate a leggere per scoprire tutto quello che c’è da sapere a proposito di Marco.

Innanzitutto, qual è stato il tuo primo approccio con il mondo dell’arte?

Quando avevo più o meno tre anni, i videogiochi non erano ancora tanto belli quanto lo sono adesso e volevo giocare con qualcosa che non esisteva, come dinosauri spaziali e armi medioevali potentissime. Quello è stato probabilmente il mio primo approccio con il mondo dell'arte.

Marco Oggian

‘Ho sempre creduto nell’etica e nel lavoro di squadra: quando vinco, voglio che vincano anche i miei compagni e, per me, un assist è molto più gratificante di un canestro. Per questa ragione, ho deciso di aprire uno spazio nel centro di A Coruña, che possa dare visibilità a tutti gli artisti che, come me, hanno tanta voglia di far conoscere il proprio lavoro’. Queste sono le parole di Marco Oggian, il giovane artista che, dopo aver viaggiato in tutto il mondo, si è stabilito in Spagna, dove ha fondato ‘Flaco Studio’. Continuate a leggere per scoprire tutto quello che c’è da sapere a proposito di Marco.

Innanzitutto, qual è stato il tuo primo approccio con il mondo dell’arte?

Quando avevo più o meno tre anni, i videogiochi non erano ancora tanto belli quanto lo sono adesso e volevo giocare con qualcosa che non esisteva, come dinosauri spaziali e armi medioevali potentissime. Quello è stato probabilmente il mio primo approccio con il mondo dell'arte.

Marco Oggian

La mia principale fonte d'ispirazione è l’ipocrisia, a cui aggiungo colori accesi e figure geometriche, dando al mio lavoro una connotazione ironica.

Marco, sei nato e cresciuto in provincia di Varese. Cosa ricordi ancora della tua infanzia? Da bambino, qual era il tuo sogno più grande?

Posso dire, con la più assoluta sincerità, di aver avuto un'infanzia piuttosto comune. Giocavo con i miei amici, andavo a scuola in bicicletta e mia nonna mi regalava i Kinder Sorpresa quando andavamo a fare la spesa insieme. Niente quindi che un ragazzino di provincia non abbia fatto negli anni ’90. Da bambino, il mio sogno era quello di fare l'astronauta o il benzinaio. Purtroppo non ci sono riuscito, o sono ancora in tempo? (Sorride, N.d.R.)

Ciò detto, cosa ti ha spinto a lasciare il tuo paese, intraprendendo all'estero la carriera di artista?

Semplici opportunità. In ogni caso, mi piacerebbe tornare in Italia e aprire un piccolo studio a Milano, dove tra l’altro vivono i miei migliori amici.

L’occhio è un elemento ricorrente nei tuoi lavori. Qual è il significato che gli attribuisci? Cosa vuoi comunicare attraverso le tue opere d’arte?

È vero, l'occhio è quasi sempre presente nei miei lavori. Come si può facilmente osservare, si tratta di un occhio vitreo, fisso e perso nel vuoto. Sostanzialmente, è una metafora dell'occhio che tutto vede, ma nulla coglie. Un po' come la società moderna, insomma. L'arte è la mia forma di espressione, quindi spesso il mio intento è quello di trasmettere i miei pensieri e riflessioni. Non voglio imporre nulla a chi guarda un mio lavoro, spero anzi che possa trovarci sempre un qualcosa di nuovo o, addirittura, in contrasto con la mia idea iniziale.

Come si potrebbe, quindi, definire il tuo stile? Credi l’aver vissuto in paesi molto diversi tra loro ti abbia influenzato?

Non lo so e non ho nemmeno voglia di pensare a come si possa definire il mio stile. Vorrei fosse lo spettatore a farlo. Sicuramente, il fatto di aver vissuto e viaggiato in paesi molto diversi tra loro ha aiutato. Vorrei aggiungere, però, che non basta; se non si è disposti a viaggiare con la mente, prendere molti aerei e visitare tantissime città serve a poco o niente.

Forme geometriche, colori accesi e richiami grafico-artistici caratterizzano le tue opere d'arte. Qual è la tua principale fonte d’ispirazione? C'è un qualche artista del passato che ti piace citare nei tuoi lavori?

La mia principale fonte d'ispirazione è l’ipocrisia, a cui aggiungo colori accesi e figure geometriche, dando al mio lavoro una connotazione ironica. Non so perché, ma per me l’ironia è colorata. Mi diverte tantissimo prendermi gioco di quello che viviamo ogni giorno. Ciò detto, direi che mi sembra più che ovvio il mio costante omaggio a DePero e, più in generale, al Futurismo, un movimento spesso associato al Fascismo e, quindi, troppe volte evitato o dimenticato.

In che modo descriveresti la scena artistica spagnola, se per farlo dovessi usare soltanto tre parole?

No lo haría (in italiano, ‘non lo farei’).

Qual è l'aspetto che trovi essere il più stimolante quando collabori con una realtà diversa rispetto al mondo dell'arte?

Io nasco e, soprattutto, vivo come illustratore e designer, quindi per me non c’è una grande differenza fra un lavoro commerciale e una commissione artistica. Faccio sempre del mio meglio, assicurandomi che il cliente rimanga soddisfatto. L'aspetto più stimolante? Per essere diretto e conciso, ‘causa’, gloria e denaro (Ride, N.d.R.). Di questi tre aspetti, quello che ritengo essere di fondamentale importanza è la causa. Se la commissione arriva da una ONG, non voglio mai essere pagato, preferisco che il mio compenso sia utilizzato per qualcosa di più importante.

A livello di gusto e di lavoro, ti chiedo: preferisci sperimentare e mischiare ingredienti e piatti appartenenti a diverse culture o tendi ad essere più tradizionale?

Ho potuto viaggiare molto, per me la contaminazione è inevitabile, fa parte del mio modo di tradurre le mie esperienze personali e trasformarle in un piatto. A volte il punto di partenza può essere un piatto della tradizione radicato nella mia memoria, ma poi lascio ampio spazio alle contaminazioni.

Marco, sei Co-Founder di 'Flaco Studio’, un'agenzia che si occupa di Art Direction, Fashion Consulting ed Entrepreneur Advising. Cosa ti ha spinto a intraprendere un’avventura tanto eccitante quanto rischiosa?

Fin da piccolo, ho sempre fatto molto sport e giocato a pallacanestro. Ho per altro sempre creduto nell’etica e nel lavoro di squadra: quando vinco, voglio che vincano anche i miei compagni e, per me, un assist è molto più gratificante di un canestro. Per questa ragione, ho deciso di aprire uno spazio nel centro di A Coruña (Galizia, Spagna), che possa dare visibilità a tutti gli artisti che, come me, hanno tanta voglia di far conoscere il proprio lavoro. Con Flaco, diamo a tutti la possibilità di poter accedere al mondo dell’arte, senza mai superare una certa fascia di prezzo. Del resto, non vogliamo cadere nell'arroganza, cosa ormai radicata in questa particolare realtà. Doniamo buona parte dei ricavati alla ‘Cocina Economica de La Coruña’, un'associazione che si occupa di garantire un pasto e una prima assistenza alle persone che non se lo possono permettere. Diciamo che non guadagniamo nulla con la galleria, ma è bello così e questo mi rende felice.

Hai collaborato con realtà molto diverse tra loro, come BMW, Samsung e Mozilla Firefox. Qual è il progetto che ricordi sempre con piacere? E quello che ti ha messo più alla prova?

Forse vi sembrerà una frase scontata, ma ricordo ogni singolo progetto con piacere, anche quelli per i quali non sono ancora stato pagato! Secondo me, è davvero importante riuscire a vedere gli aspetti positivi anche in una situazione negativa. Si può sempre imparare qualcosa e dire: ‘con vero piacere, non lavorerò mai più con quel cliente!’ (Ride, N.d.R.). Ho avuto la fortuna di vivere tante belle esperienze, dai murales nella piccola città giapponese di Nasushiobara alle campagne digitali con Firefox a San Francisco, passando per le esposizioni interattive ai Graphic Days di Torino. Sono felice, perché il mio lavoro mi piace. Per quanto riguarda, infine, il progetto che mi ha messo più alla prova, non saprei cosa dire: ho fatto talmente tante cose, che non me lo ricordo più!

Tornando per un secondo al fashion, cosa indossi solitamente? Il tuo amore per i colori accesi si riflette anche nel tuo modo di vestire?

Solitamente, mi vesto di nero, indossando una felpa girocollo, una T-shirt, un paio di pantaloni e Converse o Air Force 1. In estate, opto invece per una T-shirt e un paio di pantaloni di colore bianco. Quindi, direi di no: il mio amore per i colori accesi non si riflette anche nel mio modo di vestire.

Se potessi tornare indietro, faresti qualcosa diversamente?

No, non credo.

Marco, cosa ti senti di consigliare a tutti coloro i quali vogliono cambiare vita, ma non hanno ancora trovato il coraggio di farlo?

Se non avete riflettuto e pensate che sia facile cambiare vita, non fatelo. Ci sono già troppe persone in giro per il mondo convinte che sia semplice reinventarsi e, infatti, guarda un po' che fine sta facendo il nostro pianeta…

Se potessi esprimere un desiderio per il futuro, cosa sarebbe?

Avere una casa con un campo da pallacanestro al coperto. So che vi aspettavate qualcosa di più profondo, ma pensare al futuro mi ha creato, in passato, una marea di problemi, quindi non ci penso più.

Infine, qual è la domanda che non ti è mai stata fatta, ma alla quale avresti sempre voluto rispondere?

‘Perché secondo te sarebbe molto più divertente se tutti potessero andare in giro nudi e con il corpo dipinto come i Selk’Nam?’.