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Un velo nero, fermagli a forma di ragno, rossetto rosso fuoco e occhiali da sole a gatto. Questa è Diane Pernet, la pioniera della moda che si è fatta conoscere per essere riuscita a superare qualsiasi ostacolo, trasformando il suo pensiero creativo in realtà. ‘Piuttosto che intraprendere il percorso di qualcun altro, preferisco costruirne uno mio’, ha dichiarato Diane a TheCornerZine in questa intervista esclusiva.

Innanzitutto, qual è il ricordo più felice della sua infanzia?

Suppongo il perdermi nei miei sogni…

Diane, in che modo ha costruito il suo look distintivo?

Tutto si è sviluppato in maniera organica, senza particolari epifanie. Posso raccontarvi quando e perché ho iniziato a vestirmi di nero: è stato a New York, negli anni ’80, quando facevo la stilista. Trovavo che l’indossare colori e stampe mi distraesse, trovavo che fossero in competizione con i miei design. Quindi, ho preso la decisione di vestirmi con una sorta di uniforme nera autoimposta. I capelli ‘alti’ e le scarpe con plateau sono il risultato della mia fantasia di essere più alta di quanto non sia in realtà. Per quanto riguarda il velo, si tratta di un qualcosa di più recente: amo i veli dal tempo in cui andavo in chiesa indossando una mantilla. Non che abbia delle connotazioni religiose ora, ma forse è da lì che viene. Occhiali da sole? Mi piace mantenere le distanze, e lo stesso discorso vale per i ragni. Sono calda e approcciabile, ma anche molto riservata, e mi piace che il mio spazio personale sia rispettato. So che agli americani piace abbracciarsi, ma non vale lo stesso per me. Preferisco l’approccio giapponese, forse ero asiatica in una vita passata.

Diane Pernet

Un velo nero, fermagli a forma di ragno, rossetto rosso fuoco e occhiali da sole a gatto. Questa è Diane Pernet, la pioniera della moda che si è fatta conoscere per essere riuscita a superare qualsiasi ostacolo, trasformando il suo pensiero creativo in realtà. ‘Piuttosto che intraprendere il percorso di qualcun altro, preferisco costruirne uno mio’, ha dichiarato Diane a TheCornerZine in questa intervista esclusiva.

Innanzitutto, qual è il ricordo più felice della sua infanzia?

Suppongo il perdermi nei miei sogni…

Diane, in che modo ha costruito il suo look distintivo?

Tutto si è sviluppato in maniera organica, senza particolari epifanie. Posso raccontarvi quando e perché ho iniziato a vestirmi di nero: è stato a New York, negli anni ’80, quando facevo la stilista. Trovavo che l’indossare colori e stampe mi distraesse, trovavo che fossero in competizione con i miei design. Quindi, ho preso la decisione di vestirmi con una sorta di uniforme nera autoimposta. I capelli ‘alti’ e le scarpe con plateau sono il risultato della mia fantasia di essere più alta di quanto non sia in realtà. Per quanto riguarda il velo, si tratta di un qualcosa di più recente: amo i veli dal tempo in cui andavo in chiesa indossando una mantilla. Non che abbia delle connotazioni religiose ora, ma forse è da lì che viene. Occhiali da sole? Mi piace mantenere le distanze, e lo stesso discorso vale per i ragni. Sono calda e approcciabile, ma anche molto riservata, e mi piace che il mio spazio personale sia rispettato. So che agli americani piace abbracciarsi, ma non vale lo stesso per me. Preferisco l’approccio giapponese, forse ero asiatica in una vita passata.

Guardate avanti e imparate dall’esperienza, dite quello che sentite e sentite quello che dite. Fa risparmiare tempo e rende la vita molto più semplice.

Ciò detto, qual è la sua più grande paura?

È molto comune, devo ammettere: riguarda il denaro.

Torniamo al suo stile. Quale fascino esercitano su di lei i ragni?

I ragni sono i protettori dell’universo, ma l’idea è venuta dal mio caro amico Mario Salvucci. Disegnava gli accessori per le mie collezioni. Ha poi smesso di fare accessori e ha disegnato lampadari. Dopo un po’, ha deciso di fare ritorno al mondo dei gioielli. Suppongo fossi la sua musa, e amava Louise Bourgeois. Era ispirato dal suo grande protettore, il ragno, e credeva i ragni fossero un qualcosa che ti attrae o respinge. Forse, pensava il mio look avesse lo stesso effetto sugli altri: la gente è attratta o inorridita da me…credetemi, non mordo!

Ha delle ossessioni, un pensiero ricorrente?

Sì, il pensiero di un uomo che mi insegue con una valigia piena di soldi, riuscendo poi a prendermi.

Cosa ci può raccontare a proposito delle icone della sua infanzia?

Da bambina, ero lasciata spesso da sola. Quindi vivevo nelle mie fantasie, o almeno credo. Fin da una giovane età, sono appassionata di moda e cinema. Sognavo, passavo molto tempo al cinema e collezionavo riviste cinematografiche. Ho sempre avuto amici ed ero innamorata dell’amore, anche se non avevo idea di cosa significasse davvero. Icone? Ero pazza di Anna Magnani, Jeanne Moreau e Sophia Loren.

In che modo si relaziona con il passare del tempo?

È la vita. Guardate avanti e imparate dall’esperienza, dite quello che sentite e sentite quello che dite. Fa risparmiare tempo e rende la vita molto più semplice.

È nata oltreoceano, ma vive a Parigi. Come descriverebbe la scena della moda parigina? È ancora all’altezza del suo nome?

Ho vissuto a Parigi più a lungo di quanto non abbia fatto da nessun’altra parte: sono trascorsi 28 anni, quasi 29. Sicuramente, la moda parigina degli anni ’90 era molto diversa rispetto a quella attuale. Forse, questa è la ragione per la quale c’è così tanto interesse per Claude Montana al momento, o Mugler e Gaultier. Venivano da un tempo di pura creazione. Ora, l’enfasi è più sul business e molto meno sul sogno…ovviamente, fatta eccezione per il sogno in quanto strumento di comunicazione per vendere prodotti. Per quanto riguarda l’essere all’altezza del suo nome, Parigi è ancora la più grande piattaforma per la moda internazionale e questo è il motivo per il quale tutti vogliono un posto qui, che sia sulla passerella o in uno showroom. Ha la storia più lunga e non credo questo cambierà molto presto.

Dieci anni fa, ha lanciato ‘ASVOFF-A Shaded View on Fashion Film’, il primo festival annuale di fashion film. Cosa spera per il suo futuro? Aveva qualche obiettivo o ambizione quando l’ha lanciato?

Era l’agosto del 2006 quando ho iniziato con ‘You Wear it Well’, il mio primo festival di fashion film. L’idea era in stand-by dal 2000. All’epoca, realizzavo film con Disciple Films. Nessuno sapeva cosa fosse un fashion film e l’ho dovuto spiegare per anni. Ora, basta guardare al sistema moda…non c’è un solo brand, piccolo o grande, che non usi il fashion film come mezzo per esprimere la propria identità creativa. Non intendo sostenere che i fashion film non esistessero prima di ‘You Wear it Well’. Infatti, c’erano film negli anni ’60, realizzati da registi quali William Klein, e video pubblicitari di Serge Lutin e Richard Avedon. Erano freschi e innovativi, ma in quanto genere il fashion film non esisteva. Ho lanciato ‘ASVOFF’ nel 2008, ma come ho già detto ‘You Wear it Well’ è nato nel 2006. Quindi, è da molto tempo che mi occupo di questo ambito. Mi è sempre piaciuto raccontare storie, rispetto al ‘qui è la scarpa, la borsa, il vestito’ – quell’approccio non mi interessa per niente e ora sembra che non interessi nemmeno l’ambito dei fashion film. Con il rischio di sembrare troppo pretenziosa, questo è un movimento che ho aiutato a crescere. Sono stata una pioniera nell’ambito dei blog di moda, e ora ce ne sono milioni. Ho standard molto elevati e faccio del mio meglio per dare delle opportunità ai marchi e registi con un vero talento. L’obiettivo è sempre quello di costruire una piattaforma e sono fiera del fatto che ASVOFF sia diventato un punto di riferimento nel mondo del fashion film. Ora, le scuole offrono corsi di fashion film, è un genere che non esisteva prima e sono molto felice di esserne parte, guardandolo crescere.

Cosa significa per lei la parola ‘indipendenza’ ?

È la qualità più importante per me. Ricordo di aver parlato, più di un decennio fa, con Ari Versluis ed Ellie Uyttenbroek, i fotografi dietro a ‘Exactitudes’, e di aver detto che non mi sarei mai voluta ritrovare in una delle loro tribù urbane o sottoculture. Mi hanno risposto dicendo che non avevo motivo di preoccuparmi e non c’era nessuna possibilità che ciò accadesse. Ero sollevata: piuttosto che intraprendere il percorso di qualcun altro, preferisco costruirne uno mio. L’ultima volta che ho provato a essere parte di qualcosa è stato alle superiori, suppongo mi stessi ribellando alla mia infanzia non convenzionale.

Con oltre 28 mila follower su Instagram, ha un seguito considerevole. Avverte una qualche responsabilità nei confronti dei suoi follower?

Se avessi una strategia, sarebbe dieci volte più grande…forse, dovrei assumere qualcuno che lo gestisca! Detto ciò, ‘nutro’ e arricchisco i miei follower attraverso tutte le piattaforme social. La mia responsabilità nei loro confronti è quella di aprire porte, supportando la creatività in tutti i campi di mio interesse. Sono tanto curiosa quanto generosa.

Parliamo dei mercati emergenti. Qual è il mercato da tenere sott’occhio?

È sempre divertente stare a vedere se i paesi che hanno un certo ‘hype’ riescono a essere davvero all’altezza. Seguo i mercati emergenti da ben prima che diventasse un trend, probabilmente da 18 anni. Con Vetements, un faro è stato puntato sulla Georgia, anche se Demna è cresciuto in Germania. Ora, ancor più di prima, gli occhi sono puntati sull’Ucraina. A rigor di logica, credo la prossima ondata verrà dalla Cina…vediamo chi sarà all’altezza!

Ha mai sperimentato Il cosiddetto ‘blocco dello scrittore’? Se sì, ha consigli sul come superarlo?

Fate una passeggiata, leggete un libro e tornate al vostro lavoro.

Ha un qualche consiglio per i giovani artisti che faticano, nonostante gli sforzi, a far sì che il proprio lavoro sia riconosciuto?

Non è mai stato più semplice di quanto non sia ora. Con i social network, se si ha qualcosa da dire, non si ha che da farlo e qualcuno se ne accorgerà: non c’è bisogno che di un occhio attento per creare del movimento.

Esprima un desiderio!

Se lo dicessi a voce alta, potrebbe non avverarsi. Quindi, lo farò in silenzio…ecco fatto, ho appena espresso un desiderio!